Le news

Le news - Sito ufficiale di Franco Pin

Venerdì 19 maggio 2017 alle ore 18.00 inaugurazione della mostra presso SPAZIO CORTE QUATTRO (Corte San Francesco) a Cividale del Friuli. 

La mostra rimarrà aperta dal 20 al 27 maggio 2017

Orario:

Sabato e domenica dalle 16.00 alle 19.00

 

 

Le parole del poeta Antonio De Lucia

Le parole del poeta Antonio De Lucia - Sito ufficiale di Franco Pin

Quando l'artista e amico Franco Pin mi ha proposto di presentare questa mostra, non nego di aver provato, da una parte, un motivo di orgoglio, dall'altra una preoccupata emozione. Egli sa benissimo che non sono un critico d'arte né un ferrato conoscitore delle arti in genere; e allora, dico, da dove ha ricavato la fiducia per affidarmi questo compito?

Per il gioco delle combinazioni, abbiamo la stessa età, per levata della sorte abbiamo vissuto: in un certo senso, simili esperienze, che, pur non conoscendoci, ci hanno portato ad una comune visione della vita, ad una costante presenza sulla scena del quotidiano; e fisica e spirituale. Bambini sul lavoro, in un tempo in cui parlare di norme sollevava immediatamente l'interrogativo: - norme Cee? in senso friulano naturalmente.- Fatica; eppure, senza acrimonia, vissuta come un gioco cercando di assomigliare agli adulti, molti dei quali veri esempi. Ed è questo partecipare, questo essere costantemente presenti, che ha fatto lievitare in noi quelle sensibilità che pur autodidatti ci spingono a dare corpo alla nostra spiritualità, Franco Pin con il segno ed il colore, me, con la parola, con la poesia.

Sono partito da queste considerazioni abbastanza personali che apparentemente potrebbero non centrare con il tema qui esposto, ma: diversamente, non si potrebbe scendere nel profondo dell'opera di Pin.

Pin è un pittore narratore. Le sue opere, quasi un diario del quotidiano; ma non il quotidiano della cronaca, bensì del vissuto quotidiano, partendo da un figurativo esplicito via via si avvicinano al tratto informale, alla sintesi dell'astratto, non lasciando mai però, la cima che lo lega ai capisaldi, ai fondamentali della educazione e della formazione ricevute.

Narratore di una storia fin qui ininterrotta; anche quando gli argomenti sono diversi risultano pagine dello stesso romanzo: l'impegno civile, la passione politica, la memoria storica, la passione per la vita a tutto tondo, dove il sole e la luna si alternano, ma mai nell'indifferenza.

Le ali del Pin cominciano a tenere il vento negli anni cinquanta, è in quegli anni infatti che egli comincia a vedere, a cimentarsi e capire il mondo del lavoro, e l'aria ascensionale dell'idealità lo porta ad osservare, come in una panoramica, l'inanellarsi delle contraddizioni, dei gorghi delle fatiche, dei sacrifici dei suoi familiari, dei suoi compagni... di se stesso; non senza nutrire speranze, sogni, visioni di un futuro migliore.

Sì, questo è il privilegio e il tormento degli artisti: essere dentro la vita e riuscire a vedersi dal di fuori.

Ma nonostante tutto, in questo suo librarsi, anche a distanza di anni, Pin non rompe mai il filo che lo tiene legato alla realtà, che lo tiene ancorato ai fondamentali di quella società ideale o quantomeno più giusta verso la quale fin dalla più verde età si è indirizzato, anzi, lo rafforza.

Pin, con la sua opera, non si accontenta di esprimere un proprio punto di vista ma cerca un dialogo, un costante confronto con gli interlocutori, per mantenere vive e accrescere le proprie esperienze, e, lasciare se possibile testimonianza del proprio passaggio attraverso le varie fasi del tempo vissuto.

Soffermarmi di fronte alle storie di fornace da lui rappresentate mi pare quasi un dovere; quelle figure essenziali, forzate nell'atto del loro lavoro, i colori forti di cui è tinta la fatica, i suoi vecchi e lui bambino; testimonianza di un tempo: per chi è venuto dopo, inimmaginabile.

Pin calca bene queste immagini, quasi volesse -o forse vuole- suggerire a quelli che, appunto sono venuti dopo: attenzione; le conquiste per maggiore equità e giustizia non sono per sempre; l'averne goduto per un lungo lasso di tempo non le fa perpetue, il rischio di cadere all'indietro è costante, esse vanno difese ogni giorno.

E non bastano le stratificazioni del tempo, delle vicissitudini, che sempre di più gravano sulla nostra anima ad obliare in Franco, quei sentimenti di affetto, rispetto e riconoscenza di chi lo ha amato: in questo caso la madre, anzi, rinnova il graffito che mette in luce una dedica di Pablo Neruda e che egli fa sua:

 

 

Ahi, mamma, come avrei potuto
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile. Io porto
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome
di quelle
dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le brachette della mia infanzia,
di lei che cucinò, stirò, lavò,
seminò, calmò la febbre,
e, quando ebbe fatto tutto
e ormai potevo
reggermi saldamente,
si ritirò, cortese, schiva,
nella piccola bara
dove rimase in ozio per la prima volta
sotto la dura pioggia del Temuco.

 

 

E poi i sedimenti della storia: che molti, troppi non vorrebbero nemmeno sfiorare per non far riemergere quelle pagine che hanno funestato le nostre genti inseguendo orribili e distorte idee di potere. Qui egli ricorda i sette figli di Alcide Cervi fucilati il 28 dicembre '43, e lo fa mettendo in luce brani dell'ultima lettera del più giovane di loro: Ettore, classe 1921

 

Ero il cinno, quello più piccolo e quello più amato. Ma solo per mia madre, mio padre o per la lapide che ci ricorda.


In campagna si cresce subito. Essere il più piccolo non conta. C’è la terra da lavorare, ci sono le bestie da allevare. Io però avrei voluto crescere, diventare vecchio in un mondo senza fascisti. Invece no. Mi è toccato di morire. Subito dopo Natale. Fucilato con i miei fratelli. I Cervi, ci conoscete.

Ho lasciato una bugia e un sorriso a mio padre, un abbraccio ai fratelli e un maglione bianco per Codeluppi. Per mia madre solo un ricordo. Un ricordo che uccide. 

Poi siamo andati là, non a Parma come avevo raccontato a mio padre, ma al Poligono. Ci siamo baciati e abbracciati. Noi sette e Quarto Camurri.

Da piccolo nell’erba mi ci nascondevo e dicevo ai fratelli: “non ci sono più”. Mi sarebbe piaciuto farlo anche allora. Davanti ai repubblichini. Morire è sempre morire.

Il prato, però era troppo basso e con certe cose non si scherza.
Prima che sparassero Gelindo disse:

Voi ci uccidete, ma noi non moriremo mai“.
Gelindo ha sempre avuto ragione. Arrivederci, ciao.

 

Pin ama misurarsi anche con i ritratti, che pare scavi vigorosamente per arrivare ai tratti salienti con l'ansia di chi cerca un qualcosa di misterioso, figure dagli occhi grandi, dai quali sembra voler entrare per scrutare nel più profondo con la curiosità e la timidezza di un bambino, ma, comunque, determinato a mettere in luce quanto di più vero la figura può significare.

Ama la figura della donna, le posture romantiche, le storie al chiaro di luna, sa cogliere e vivere le gioie che la vita ci offre e lo fa con lo stessa passione, con lo stesso vigore che spende quando essa ci fa contro; quando ci impegna nella lotta.

Si accende quando si misura con i colori di Spagna e, io vi sento anche l'eco di un canto : El Quinto Regimiento.

 

El dieciocho de julio

en el patio de un convento

el partido comunista

fundó el Quinto Regimiento.

 

Anda jaleo, jaleo

 

Arriviamo all'ultima forma espressiva di Pin -quella che usa oggi-. Un linguaggio che lascia trasparire un Franco più sereno, che ha più tempo a disposizione. E qui mi fa venire in mente Mark Twain (Samuel Langhome Clemens) quando scrivendo ad un amico dice:

-Carissimo amico, comincio subito con il chiederti scusa, in quanto, non ho abbastanza tempo per poter essere breve.-

Ecco, in questi paesaggi, che non sono astratti; Pin è costantemente presente e si identifica in quelle pennellate rosse, sono paesaggi che riescono a trasmettere la serenità di cui parlavo.

Linguaggio sintetico, a cui si può arrivare solo dopo lunghe esperienze, meditazioni, mediazioni.

Il tempo di realizzazione di un opera non è quello che l'opera stessa ci mostra, ma quello -e non si vede- che serve per spogliarla di tutto ciò che la nasconde, la mimetizza, la banalizza, la distoglie al nostro sguardo, la devia dal suo valore intrinseco; ecco, Pin deve averne speso molto per darci queste immagini che immediatamente ci mettono a nostro agio.

Vorrei dire ancora una cosa a proposito del quadro riprodotto nell'invito e sullo striscione d'ingresso.

Quel filo spinato, quel sangue vivo, sintesi del ricordo di un viaggio ad Auschwitz. Franco non molla, ancora una volta ci mette di fronte ad immagini che evocano tragedie e lo fa con decisione poiché sente chiara l'onda negazionista che vorrebbe definitivamente cancellarne la memoria. Egli sente e non può tacere il fatto che quelle non sono storie solo di ieri, ma di oggi. Oggi, nonostante le esperienze vissute ancora si erigono barriere di filo spinato e muri, in Europa, in Israele, negli Stati Uniti, ed è per questo che vale la pena parlarne ovunque si possa fare, con qualunque linguaggio. Perché si deve sapere che le barriere finiranno per circondare chi le pianta, e dove hanno voce solo i galletti che con la voce sgozzata rompono le scatole a chi ancora meritatamente riposa, mentre essi godono a zampettare nel letame.


Scusate: è vero che, alla fine, nell'arte ognuno ci legge quello che crede, quello che sa.

Gli artisti come Pin, che marcano il presente, tendono a portarsi dietro tutto e questo è sì un po’ ingombrante, ma salva da qualche rischio. E qui vorrei citare una brevissima poesia di Giorgio Caproni: titolo - quasi in cima alla salita- Signore: deve ritornare a valle, ciò che cerca davanti a sé, lo ha lasciato alle spalle.

Credo di interpretare anche il pensiero di Franco se dico: abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e forse un pochino di più; sul fronte sempre presenti, ma possiamo decisamente continuare a salire senza il rischio di dover tornare indietro.

Grazie compagno Pin

 

Antonio De Lucia

 

 

 

Le esposizioni

Le esposizioni - Sito ufficiale di Franco Pin

 2017

 Cividale del Friuli

 Personale presso lo spazio Corte Quattro

 2016

 Fiumicello

 Personale "Rapide Visioni" - Spazio espositivo Sala dei Tigli

 2015

 Cervignano del Friuli

 Collettiva con Arrigo Morsut e Evaristo Cian - Ex Galleria Bertoni

 2015

 Udine

 Personale "La forza del colore" - Casa della Confraternita

 2012

 Aquileia

 Personale Presso Palazzo “Don G. Meizlik”

 2011

 Udine

 Personale "Introspezioni pittoriche" (Associazione LaRinascita)

 2010

 Palmanova

 Personale antologica (Loggia della Gran Guardia)

 

 Udine Libreria Einaudi

 Personale 

 

 

 

 2009

 San Daniele del Friuli    

 Personale "Ritratti"  

 

 

 

 2008 

 Cormons (Gorizia)    

 Personale (Municipio) 

 

 

 

 2007 

 Sevegliano (Udine)

 Personale

 

 

 

 2006   

 Cervignano del Friuli 

 Personale (Centro Civico)

 

 

 

 2005 

 Casale sul Sile (Treviso) 

 Collettiva

 

 

 

 2004 

 Rovigno (Croazia)  

 Personale (Palazzo della Comunità italiana)

 

 Cividale del Friuli

 Personale

 

 

 

 2002

 Bagnaria Arsa (Udine)

 Personale

 

 

 

 1999 

 Mortegliano   

 Personale

 

 

 

 1998

 Cervignano del Friuli     

 Personale (Teatro “Pasolini”)

 

 Gonars 

 III Rassegna internazionale d’arte Alpe Adria  (4°classificato)

 

 Ruda 

 Collettiva

 

 Castions di Strada   

 Concorso (Segnalato col premio speciale)

 

 

 

 1997

 Fogliano 

 Personale presso la sala consigliare

 

 

 

 1996

 S. Giovanni al Natisone 

Collettiva (Villa De Brandis)

 

 Strassoldo     

Collettiva

 

 

 

 1995 

 Cervignano del Friuli       

 Personale

 

 

 

 1994 

 Campolonghetto 

 Personale

 

 

 

 1991  

 Grado

 Personale presso la galleria “Del Volto”

 

 

 

 1989

 Casale sul Sile (TV)  

 Personale

 

 Terzo d’Aquileia 

 Personale

 

 

 

 1988 

 Buttrio   

 Personale presso la “Locanda alle officine”

 

 Remanzacco

 Personale

 

 

 

 1987

 Palmanova  

 Personale presso il museo civico di Palmanova

 

 Casale sul Sile (TV) 

 Personale

 

 

 

 1985  

 Percoto 

 Collettiva regionale

 

 Santhià (Vercelli)  

 Concorso Nazionale Città di Santhià

 

 Grado

 Extempore Grado (Segnalato)

 

 Castions delle Mura       

 Extempore (7° classificato)

 

 Sevegliano 

 V Rassegna artistica

 

 Lughignano (TV)  

 Personale

 

 Grado

 Personale presso la galleria “Caneo”

 

 Buttrio

 VI Collettiva Centro Sportivo Danieli

 

 

 

 1984 

 Buttrio  

 Personale

 

 Castions delle Mura  

 Personale

 

 Cervignano del Friuli

 Personale al Circolo Nautico

 

 Grado  

 Collettiva presso l’auditorium S. Rocco

 

 Grado   

 Personale gallerie “Al nido”

 

 Udine  

 Collettiva presso la sede C.G.I.L. 

 

 Buttrio

 V Collettiva Centro sportivo Danieli

 

 

 

1983

 Sevegliano    

 Personale all’hotel Ferade

 

 Casale sul Sile (TV)  

 Collettiva 

 

 Buttrio 

 IV Collettiva Centro Sportivo Danieli

 

 

 

 1982

 Buttrio   

 II Collettiva Centro Sportivo Danieli

 

 Trivignano   

 Collettiva

 

 Buttrio 

 III Collettiva Centro Sportivo Danieli

 

 

 

 1981 

 Tissano  

 Scenografia per la compagnia teatrale di Tissano

 

 Tissano  

 Collettiva d’arte

 

 Sevegliano 

 II Rassegna artistica

 

 

 

1980

 Sevegliano 

 Collettiva d’arte in memoria di Silvano Ferigutti

 

 Buttrio 

 Collettiva Centro Sportivo Danieli         

Le recensioni

Le recensioni - Sito ufficiale di Franco Pin

Di recente leggendo Marcel Proust ho trovato alcune frasi dedicate al tempo che, per l'antologica di Franco Pin, vanno a... pennello. Ne ho appuntate alcune che mi sono particolarmente sembrate incisive ed efficaci. Una dice: "Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico. Le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono, e l'abitudine lo riempie".

La seconda, altrettanto valida, sostiene che "Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi".

Vedere le cose in maniera personale e interpretarle per un pittore dovrebbe essere la prima spinta della sua creatività. Addirittura, se dentro ci mette il suo vissuto, interiorizza e personalizza quei racconti.

Il viaggio per un "comunicatore" è sempre motivo di nuove sensazioni ed emozioni che poi, vengono trasmesse perché la voglia di comunicare nasce prima di tutto dalla propria curiosità e poi dal bisogno di dire agli altri quello che per lui è diventato ovvio e che, magari, qualcuno non riesce a vedere.

La pittura è anche questo, il far vedere ad altri, con "occhi nuovi" , il mondo.

Il viaggio è anche una evoluzione nella pittura di un artista, un continuare nella maturazione, nello stile, nell’espressione, nel dare ai propri quadri un'atmosfera sempre nuova senza mai abbandonare del tutto quelli che sono stati, all'inizio, la sua capacità e il suo modo di vedere quanto lo circonda e oltre.

Franco Pin con il suo dire pittorico e con un ipotetico viaggio racconta una storia, tante storie.

Una storia che affronta temi sociali, si misura con affetti, si immerge nelle atmosfere di, una non sempre facile quotidianità, vive intense e intime emozioni, fa i conti con esistenziali momenti vissuti in compagnia di se stesso.

Ogni volta che vengo messo di fronte ad una serie di quadri che, prima di tutto, sono dei veri e propri capitoli di una vita, quella di un altro, sono colto da una serie di contrastanti riflessioni sul modo dell'artista di seguire un suo personale e unico percorso che è un vero e proprio viaggio dove l'arte è lo strumento indagatore e comunicatore della sua realtà, delle fantasie, delle invenzioni e anche delle provocazioni. Tutto questo è espresso da Pin con una realtà in movimento dove spazi, impressioni e impronte, segni e cromatismi sono frutto di un percorso coerente. Coerente prima di tutto con se stesso.

Una pittura, quella di Pin, in continua evoluzione perché i suoi "racconti" sono dettati da spontanee e incalzanti avventure, da frammenti di storie, di luoghi, di colori, di silenzi, di suoni e rumori che lui ha assimilato nel tempo, mescolandoli per creare le sue opere, per dare qualche nuova immagine, per ritrarre persone che, dalle tele, trasmettono la loro personalità. Un esempio più che calzante è l'inquietante ritratto di Pier Paolo Pasolini in cui Pin ha fatto risaltare gli occhi del poeta attraverso cui si può leggere chiaramente la sua tormentata anima.

Il passato di Pin, operaio metalmeccanico, militante e convinto politico che si definisce 'l’ultimo comunista ", dà all'artista, autodidatta, una matrice ben definita che emerge in tutta la sua prolifica produzione, dal figurativo all'informale, dagli acrilici di ultima fattura alle "carte" che esprimono, con i loro accesi colori, la sintesi.

Cinquant'anni non sono passati invano perché da quel timido e balbettante inizio, l'arrivo ha la sua impronta e personale definizione.

Palmanova, 1 ottobre 2010

Silvano Bertossi, giornalista autore di varie pubblicazioni dedicate a Palmanova, sua città natale. Ricordiamo: Palmanova, con affetto, Quattrocento anni di vita economica e sociale a PalmanovaPalmanova, fortezza d'Europa, La storia di Palmanova. I suoi interessi giornalistici spaziano in vari campi, principalmente quelli culturali, legati all'identità del popolo friulano. E' segretario della Commissione culturale dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti.

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I dipinti di Franco Pin sono “segnati”, graffiati, come lo è stato ed è il suo modo di vivere. Catapultato precocemente nel mondo del lavoro operaio e dove l’amore a pochi denari sfilava sotto gli occhi di un ragazzo degli anni Cinquanta, le domande sul senso dell’esistenza hanno fatto irruzione molto presto nel suo immaginario. Radicale, senza mezze misure, se non quelle necessarie per permettere anche all’immaginario dell’osservatore di aprirsi per dialogare con il suo, per sintonia o per contrasto. Le figure grandi, grigie e simboliche, ma che vogliono a tutti i costi mantenere un contatto con la tradizione mimetica, perché garanzia di concreta verità, sono paradigmi dei comportamenti, osservati nei loro contesti specifici e contemporaneamente astratti sul teatro della tela: l’uomo e la sua dignità, come premessa alle diverse occupazioni materiali nelle quali corre il pericolo di identificarsi, annullando se stesso; la donna, amante e madre, ma anche musa e dea a cui la natura ha concesso di tessere o spezzare il filo della vita e dell’amore; la voce degli intellettuali, tramite la quale passano i processi di cambiamento della collettività, prima ancora che essa ne prenda coscienza.

A metà del decennio appena trascorso, l’incontro con un gruppo di pittori a Barcellona segna un passo nella sua evoluzione artistica, che evolverà in un’anima parallela, coltivata simultaneamente. Dapprima abbacinato dal potere del colore iberico, lo trasfonde poi nella forme sue da sempre e nei contesti che le ospitano, i paesaggi naturali e urbani. I contorni severi iniziano a scomparire per lasciare spazio a forme più sintetiche, dove il confine tra esse diventa più labile e giustificato solo dalle reciproche presenze. Qui i temi classici trovano riposo, in una dimensione quasi superiore, dove si apre la ricerca delle regole su cui si basano le tensioni interiori che sembrano continuamente minacciare l’equilibrio nella quotidianità, concedendo loro di avere un senso, naturale e laico, al di là se stesse. [Dalla rivista d'arte"E:ikon"]

Udine 2010

Lorena Zanusso: collaboratrice redazionale della rivista d'arte "E:ikon" e del bimestrale di critica e d'informazione delle arti visive "ArteIn" e curatrice di diverse esposizioni temporanee di artisti viventi

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C'è una seduzione del mondo di ieri nei dipinti di Pin. Nelle occhiaie nere, nelle teste senza sembianti, si sprigiona la coerenza di una alienazione operaia che cerca di trovare la compensazione nella sagra sessuale, nella rotondità delle forme femminili e maschili. L'uomo con l'ombrello è solo, di spalle e l'ombrello rosso non è un ombrello, è una conchiglia, rossa, femminea.

La rotondità dei tafanari non si coniuga con le spalle strette degli operai, l'artista raffigura operai macilenti, deboli, dalle spalle strette e dalle teste rachitiche. Non c'è gioia, solo rassegnazione e passività così come nei corpi nudi non c'è gioia, né promessa di piacere, ma solo fissità.

E' un mondo di persone immote quello di Pin, un mondo in cui sono cadute le speranze di una nuova umanità, non a caso il suo Pasolini è tagliato, girato, lontano dalla gente della migliore gioventù friulana che tanto ha amato. Adamo ed Eva sono del pari voltati e non c'è nulla intorno a loro: non c'è un paradiso, un luogo delle delizie, ma solo un Adamo dai glutei cascanti, a significare che la bellezza anche lì è stata esclusa, nessun turbinio di colori, solo un uomo e una donna senza volto. Raramente artisti contemporanei hanno saputo rappresentare la crisi dell'esistenza umana così priva di uscita come Franco Pin.

San Daniele del Friuli 2009

Paolo Gaspari: Libraio e autore. Tra le sue opere: Il sogno friulano di Pasolini. La vera storia de «I giorni del lodo De Gasperi» a S. Vito al Tagliamento, Generali nella nebbia, I nemici di Rommel, Le termopili italiane. La battaglia di Cividale del 27 ottobre 1917, La fine del mondo contadino in Friuli , La battaglia dei capitani. Udine: la battaglia urbana della grande guerra, Le lotte del Cormôr. Un garbato sciopero simbolico, La battaglia del Tagliamento, Le lotte agrarie in Veneto, Friuli e Pianura padana dopo la grande guerra, Grande guerra e ribellione contadina.

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L’artista è colui che guarda il mondo e ce lo “racconta” attraverso la trasfigurazione della sua arte, mediante l’interpretazione del suo personalissimo punto di vista. E l’arte di Franco Pin non fa eccezione. Le sue opere ci parlano di uomini e di donne, di guerre, di sofferenze, di lavoro dignitoso e nobile, ci parlano pure dell’orgoglio di vivere e della dignità della morte. Dalle sue tele escono figure essenziali, cariche, cariche di drammatica realtà, eppure solo accennate con pennellate decise e intense di colori forti, comunque immagini capaci di penetrare nel pensiero e nel cuore di chi guarda.

È dunque con grande piacere e soddisfazione che ospitiamo nella nostra città l’opera di un pittore genuino e autentico come Franco Pin.

Cormons 2008

Prof. Luciano Patat (Sindaco di Cormons, autore dei testi storici Percorsi della memoria civileAgli ordini del duceIl Cotonificio triestinoGiuseppe TuntarIl Friuli orientale fra le due guerreFra Austria e ItaliaMario Fantini "Sasso”)

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Se ogni artista vive una doppia vita, il pittore che viola il bianco della tela segna lo schiudersi di una rinascita. L’opera è una vita parallela. Ma all’origine di questa, come nella più ordinaria delle esistenze, c’è un momento cruciale: ad un certo punto, quasi ineluttabilmente, viene il momento di dire «io».

Questo passaggio segna la maturazione di ogni individuo, ma assume un valore centrale in quella tradizione che, forte di uno spiccato autobiografismo, contraddistingue la cultura storica della sinistra. Gli esempi sono numerosi. Breton sognava una casa di vetro dove la vita si mostrasse nella sua trasparenza. Éluard contrapponeva allo scetticismo e all’ironia il valore della Vita. E Pablo Neruda, con una franchezza che non cercava né assoluzioni né autoassoluzioni, confessava al mondo di avere vissuto.

Ebbene, confessare di avere vissuto è il desiderio inconfessato di questo Viaggio di Franco Pin. Il pittore progetta le proprie personali come fossero un racconto, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione. E se in una precedente esposizione aveva scelto di privilegiare la storia collettiva delle lotte operaie, qui adotta un registro più intimo, più autobiografico e personale.

Il viaggio dell’uomo prende avvio sotto il fragile riparo di un ombrello rosso, simbolo di una cultura – quella comunista – che un tempo creava appartenenza. Ma oggi, dopo decenni di lotte, tutto si annacqua in un «grigio diluvio democratico». L’itinerario inizia in solitudine, nelle nebbie dell’incertezza. E in solitudine si conclude, con una valigia che sembra il bagaglio di un emigrante ma che in realtà è il bagaglio di chi, stanco di troppe cose, emigra col pensiero e manda in malora ciò che non gli piace più. La solitudine è dunque politica, frutto di un percorso coerente («Sono l’ultimo comunista», azzarda Pin), ma è anche una condizione esistenziale: il viaggio di Pin è un viaggio nell’universo femminile, sicché il protagonista, come lo Snaporaz felliniano, si trova, all’inizio e alla fine, solo e isolato.

Il pittore getta lo sguardo sul mistero della donna, sulle forme – fisiche e culturali – che popolano l’immaginario maschile, avanzando lungo una linea contrassegnata da una impenetrabilità sempre più densa: l’amore a poco prezzo, l’incontro, la perdita, la tristezza post coitum, l’amore coniugale, l’amore saffico, la maternità. Il percorso, ad un certo punto, è intervallato da un manifesto di poetica: il pittore che, ispirato dalla musa, cerca la propria strada abbandonando la tradizione.

Ma in questo viaggio segnato dal faticoso diritto di dire «io» notiamo una costante: la sicurezza dello sguardo maschile si associa a una rappresentazione del maschio umiliata e depressa. La donna dà la vita e la toglie. È – insieme – la madre e la Parca. Mentre l’uomo è sempre in ombra o di spalle. Non c’è luce nel suo sguardo.

Non c’è forza nel suo gesto. La sua postura è la postura dello sconfitto; e la contrapposizione che ne deriva ricorda una frase di Fellini: «La donna è stata per secoli quello che noi uomini volevamo che fosse. Ce la inventavamo noi: angelo del focolare, oppure bella e perversa, oppure casta sorella, oppure amazzone volitiva, oppure puttana. Noi, sempre noi. Ora avviene che le donne rifiutano le nostre proiezioni, non sanno che farsene». Cosa può fare allora chi si ostina ad indagare il cosmo femminile? Inseguire il mito di una rappresentazione androgina, né maschile né femminile ma compenetrata da entrambe le essenze? Oppure accettare fino all’estrema conseguenza i limiti di uno sguardo univocamente sessuato? Il senso di questo viaggio si colloca a un crocevia, posto tra la crisi immedicabile di un’utopia politica e un cambiamento culturale secondo il quale, dopo secoli di silenzio forzato, la donna non è più solo proiezione dello sguardo maschile ma portatrice di uno sguardo indipendente. Il risultato è un paradosso. Lo sguardo che dipinge è uno sguardo maschile.

Ma nei quadri di Pin le donne sono le uniche ad avere occhi. È un’impasse senza scampo? Forse no, perché dalla rappresentazione di uno scacco vissuto fino in fondo può sorgere un nuovo mondo: il cielo luminoso che, nel quadro plumbeo che chiude il Viaggio, si apre alla speranza di un rinnovamento culturale, quasi di una rivoluzione.

Udine 2007

Alessandro Dose

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Raccontarsi. C'è una dimensione in cui la vita di una persona si incontra con quella di altri e il racconto di sé crea emozioni in coloro che ascoltano, o leggono, o guardano.

Attraverso i suoi quadri Franco si racconta, rappresenta fatti, emozioni e ci trasmette la sua visione del mondo. In queste figure, in questi colori, la sua vita interseca non solo quella di altri individui, ma anche quella collettiva, la storia. La storia di tutti, ma soprattutto di quella classe che qualcuno vorrebbe fosse ormai morta e che attraverso i quadri di Franco vediamo invece rapportarsi con la poesia, con la filosofia... e ancora, come sempre, con la lotta. Epicuro letto da un operaio assume una forza inusitata, un proverbio di antica saggezza cinese diventa ironia tagliente, Pascoli appare di colpo attuale, Neruda e Achmatova sembrano aver scritto per commentare proprio la strada o la città ferita.

Molteplicità di temi, varietà di sentimenti, intensità di emozioni, in quel territorio magico e particolare in cui individualità e socialità si incontrano, si intersecano assumendo reciprocamente significato. Nei quadri di Franco l'individualità si innesta nella comunità, si alimenta di socialità e a sua volta la alimenta, nella consapevolezza che individuo e società non sono contrapposti o alternativi e che la liberta, la capacità di espressione individuale poggiano marxianamente sul lavoro sociale.

In Pin c'è l'orgoglio di essere operaio, la consapevolezza che questa situazione esistenziale lo ha forgiato, ma non costituisce l'unico aspetto della sua personalità, si coniuga con tante altri interessi e stimoli e componenti della vita: un uomo a più dimensioni.

Dai temi di questi quadri, dalla forza delle forme e dei colori e anche dalle brevi frasi che Franco ha scelto a commento, emerge soprattutto quanto poco veritiero sia l'atteggiamento minimalista che vorrebbe che tutti gli ideali siano morti: l'azzurro intenso degli iris accanto al pugno chiuso di Carlo Giuliani sono la più esaltante sintesi degli infiniti piani della sensibilità di un militante operaio passato attraverso tutti gli alti e i bassi dell'impegno politico e sociale, ma rimasto sempre vigile e attento, ancora protagonista nel raccontare la sua classe.

Allungo la mano per toccare la tela, e la sento ruvida nella matericità delle sabbie che contiene, ruvidità della vita, scabrosità della storia, ma anche natura da graffiare, da incidere con i nomi di battaglia, i soprannomi, di gente vera che ha saputo vivere tutte le dimensioni della vita, del lavoro, della guerra, dell'amore.

Nel centro: la fornace. Non solo luogo in cui si fanno i mattoni di argilla, ma in cui si creano relazioni, mattoni di socialità. Gli operai della fornace, tutti partigiani, artefici della propria storia, stravolti dalla fatica, ma anche dalla rabbia, e poi le donne lavoratrici che Franco ha conosciuto, evocate una per una, i loro nomi graffiati nel colore, percorrono anche nella loro individualità i decenni fino ad arrivare a Genova, immagine più recente, ma non ultima della Lotta, che continua e che attraversa il tempo e le esistenze, almeno fino a quando non avremo eliminato, per tutti, l'ingiustizia.

Sullo sfondo, ma sempre vicini, gli amici, l'osteria, i ricordi. Passi lungo il verde del fiume.

Udine, 21 luglio 2004

Alessandra Kersevan (Ricercatrice storica, nel 1995 ha pubblicato Porzûs. Dialoghi sopra un processo da rifare, studio su una delle più controverse vicende della Resistenza italiana; nel 2003 ha svolto per conto del Comune di Gonars una ricerca sul campo di concentramento istituito in quel paese.Nel 2005, per conto della Commissione europea e del Comune di Gonars, è stata autrice del documentario The Gonars Memorial 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta. È coordinatrice della collana Resistenzastorica delle edizioni Kappa Vu)

Sito ufficiale di Franco Pin

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